La mistica del Negroni contro il mojito

86 anni il drink inventato da un nobile fiorentino torna in auge per contrastare la stagione delle bevande moderne. Come approfittare di un rito etilico antico e molto seducente.


 
Se ci fate caso c’è un nuovo rito di passaggio. Gli antichi riti si leggono sui libri: i primi pantaloni lunghi, la prima visita al casino, da quelle certe signorine, fra i lazzi degli amici già esperti…
Il nuovo rito si beve nei migliori bar ed è un cocktail che ha quasi novant’anni.
Passare dal mojito al Negroni, inventato nel 1919 dal conte omonimo, significa lasciarsi alle spalle il vulgo profano, schiavo dello zucchero come tutti i poppanti, per entrare nell’olimpo dei bevitori che prediligono l’amaro. Come dire, in campo vinicolo, passare dal Fragolino al Barolo.

Si sta parlando di un’iniziazione e quindi c’è bisogno di un luogo iniziatico, ma mentre per la prima comunione va bene qualsiasi chiesa, per il primo Negroni non va bene qualsiasi bar.
L’Italia pullula di baristi sciatti che mettono troppo gin (risultato: una bomba alcolica) o troppo Martini (risultato: una melassa dolciastra), per non parlare dei bicchieri sbagliati, delle olive marcette o delle patatine rancide.

L’ideale sarebbe andare a Firenze, dove il cocktail è nato, per affacciarsi al bancone dello storico Caffè Rivoire di piazza della Signoria.
Qui il capobarman si chiama Luca Picchi ed è l’appassionato autore dell’unico libro scritto sull’argomento che ci sta tanto a cuore: Sulle tracce del Conte.
La vera storia del cocktail Negroni (edizioni Plan).
La sua è una vita per la causa e quando prepara il magico miscuglio appare quello che effettivamente è, il sommo sacerdote di una raffinatissima religione alcolica. Un culto misterico con risvolti semisegreti.

La composizione del cocktail è stranota (1/3 London Dry Gin 1/3 Bitter Campari 1/3 Vermut rosso) ma quasi nessuno conosce l’importanza del ghiaccio, che dev’essere tantissimo e freschissimo, di giornata, altrimenti è pieno di microfessure che ne accelerano lo scioglimento. E un Negroni annacquato mette tristezza.

Lando Buzzanca la settimana scorsa ha assaggiato il Negroni di Picchi e non credeva alle sue papille.
Ha costretto il nostro eroe a fargli dono del libro, per scoprirne i trucchi. Per esempio: è bene che le bottiglie di gin, Campari e Martini siano tenute in frigo così da avere un Negroni subito a bassa temperatura, sempre per scongiurare lo scioglimento del ghiaccio. A Firenze un altro Negroni perfetto si beve al Caffè Cibreo, in via del Verrocchio.


Altrove in Italia se ne trovano di più che potabili all’Harry’s Bar di Venezia, al Blue Bar di Riccione, al bar dell’Hotel d’Inghilterra a Roma, al Gambrinus di Napoli, al Bar Basso di Milano, dove però bisogna evitare il Negroni sbagliato (spumante al posto del gin), inventato in loco nel 1972, che per un bevitore dell’olimpo di cui sopra è una ripugnante eresia.
Elisabetta Rocchetti fra un set di Verdone e uno di Dario Argento beve Negroni al Caffè della Pace, dietro piazza Navona a Roma.

«Mi fa sentire più grande, lo prendevano i miei genitori». La stessa idea di iniziazione che si tramanda ha il sociologo Ivo Germano: «Il Negroni rappresenta gli anni Sessanta, l’Italia vera, viva e felice. Lo zio complice che ti portava al bar e ti offriva da bere, rimirando la ragazza alla cassa».
Oggi c’è in Riviera romagnola un cuoco immaginifico che il Negroni lo serve solido, in un piatto pazzesco che si chiama la Scatola dei pesciolini perché consiste in un astuccio tipo scatola dei cioccolatini, solo che all’interno anziché i gianduiotti ci sono delizie di mare, come il minitoast di canocchia cruda e gelatina appunto di Negroni. Il cuoco è Raffaele Liuzzi della Locanda Liuzzi di Cattolica, località il cui nome ci è particolarmente caro (se si chiamasse Islamica il Negroni vi sarebbe proibito).
Ma grandi cuochi e grandi baristi non bastano per garantire l’esperienza mistica che questo cocktail può dare.
Per l’estasi completa ci vuole una compagnia adeguata, insomma per farla breve una donna. Che non sia però una donna da mojito, una di quelle tipe bevo-ma-non posso, velleità tropicali e gusti puerili.
Dev’essere una donna da Negroni: di solito (esperienza personale) è una ragazza magra che pesa la metà di te e contro ogni logica lo regge il doppio di te, accidenti.

Camillo Langone

Dal Il Foglio del 2 giugno

LANGONE, GRILLINI, IL PRETE STONACA T O E L A L E S B I C A I N T V
Ho giocato “La partita” di Claudio Martelli, ve la racconto
CRONACA DI UNA PUNTATARISSA SUI MATRIMONI GAY DI UN PROGRAMMA CHE NON SI SA QUANDO E SE ANDRÀ IN ONDA

Oggi a pranzo non ho bevuto. Per un caso raro e fortuito, non perché devo partecipare alla prima puntata del nuovo programma di Claudio Martelli, “La partita”,
Canale 5. Argomento della trasmissione: il cosiddetto matrimonio omosessuale. E’ un programma di seconda serata ma siccome è registrato si entra in studio alle 16 e 30.
Arrivo alla stazione Centrale di Milano dove mi preleva un’auto blu direzione Cologno Monzese, studi Mediaset. E’ una Mercedes: sarebbe bastato anche un solo calice di prosecco e non ci avrei fatto molto caso. Ma sono perfettamente sobrio e tutto il reale mi si sfrega addosso come un’immensa carta vetrata. Domando all’autista se è padroncino o dipendente e visto che è padroncino gli chiedo ragione del suo atteggiamento antipatriottico. Risponde che molti clienti
stranieri, specie orientali, chiedono espressamente di viaggiare in Mercedes. La Lancia Thesis non sanno nemmeno che cosa sia, c’è il rischio che la scambino per un’utilitaria e si rivolgano altrove. Quindi io in questo momento sono dentro una Mercedes perché così piace ai cinesi.
Lo spazio fra Milano e Cologno Monzese è una landa desolata che al tempo di Renzo Tramaglino sarà stata pullulante di osterie e di edicole mariane, ma oggi solo di svincoli. Chi consuma i pedali e le coronarie su queste strade, chi langue in quei palazzi là in fondo, in un ambiente cosificato in tale misura, poi è logico che trovi normale che si fabbrichino i bambini nei laboratori.
Gli studi Mediaset, dall’esterno, con il gabbiotto delle guardie, non si distinguono da una fabbrica. All’interno non si distinguono da una clinica: vietato fumare, ovvio, e vietato bere, ahiahi. La donna bionda che mi accoglie con un sorriso dolce, una creatura che solo l’infinita violenza e volgarità della vita poteva gettare in questo ruolo e in questo luogo, mi annuncia in rapida sequenza che: 1) non è previsto un rinfresco per i partecipanti alla registrazione; 2) gli studi non dispongono di un bar interno; 3) non esistono bar esterni raggiungibili a piedi.
Tutto questo mentre arrivano gli altri partecipanti e il fabbisogno di un filtro alcolico fra me e Franco Grillini diventa impellente.
Fa bene Antonio Socci ad andare in televisione col rosario in tasca: a mali estremi, estremi rimedi. Anche in questo caso dovevo pensarci prima, se a Cologno
Monzese non si trova un bar figuriamoci un negozio di articoli religiosi. Arriva Claudio Martelli che mi definisce l’unico vero erede di Gianni Brera. Capisco che è un uomo capace di tutto. Si è conservato o manutentato molto bene: magro, liscio, denti bianchi e capelli scuri. Lo studio è quello della “Fattoria”, uno studio in prestito perché le puntate successive le registreranno a Roma al Palatino, in un contesto ben più civile.
Gli ospiti sono da rissa annunciata, in numero di nove. Io sono in quota omofobi con un eurodeputato leghista, un esponente di Forza nuova e una signora bionda di Forza Italia. Gli omofili sono maggioranza e sono Grillini, Katia Belillo, il vedovo Versace, un prete stonacato a divinis e una lesbica che la malignità del regista piazza alla mia destra.
In questo momento, pur di smettere di soffrire, berrei una bottiglia di chardonnay australiano barricato.
La puntata si apre con un servizio sui funerali di Versace, con tanto di vedovo in gramaglie, e su varie omocoppie fra cui due lesbiche olandesi soddisfattissime di aver comprato un figlio (povero figlio).
“Lei che cosa ne pensa?” mi fa Martelli con voce flautata. Siccome sono l’unico vero erede di Gianni Brera penso a quello che avrebbe fatto il maestro in circostanza analoga: avrebbe tirato dal mezzo toscano il cui veleno si sarebbe sommato al mezzo litro appena deglutito di barbera dell’oltrepò pavese.
Io però devo rispondere da sobrio:“Mi è venuto da vomitare ma per rispetto verso di lei e verso i telespettatori mi sono trattenuto.” Da quel preciso momento non si capisce più nulla, tutti cominciano a gridare come al “Processo di Biscardi”. Omofili e omofobi urliamo quattro alla volta: solo Martelli rimane impassibile, conservando una perfetta stiratura. Nella confusione percepisco le seguenti parole: “razzista” (sarei io), “nazista” (sarebbe quello di Forza
nuova), “fatevi curare” (dovremmo farlo sia io che il leghista). Grillini intima al forzanovista di smettere di ragliare, il vedovo Versace mi dice di mettermi non ho capito bene cosa ma ho capito benissimo dove. La pausa pubblicitaria non ferma la rissa e Claudio Martelli, con fare complice, mi porge un bicchiere di carta. Dentro c’è un dito di whisky, troppo poco e troppo tardi.
Camillo Langone