CryptoArt e mostre virtuali: chiacchere, idee ed esperimenti

Proprio ieri mattina nella chat Telegram Criptoarte Italia parlavamo con Braccio, Hackatao e Federico Clapis di come la cryptoarte sta trasformando, non solo la modalità di vendere le opere, ma anche quella di fruirne.

Con l’arte tradizionale il piacere e l’emozione si manifestano al più alto livello quando ci si trova davanti all’originale dell’opera stessa.

Con la criptoarte siamo costretti a ridefinire questo piano emotivo, perchè di un’opera abbiamo la certezza di chi l’ha creata e di chi ne è, in quel momento, il proprietario, ma d’altro canto, essendo digitale, niente può impedire che sia presente contemporaneamente in più luoghi, sia virtuali che fisici. E su questo il tema è aperto.

Tanto aperto che non necessariamente la cripto opera può essere vista solo nel chiuso di una stanza.
Ad esempio è possibile realizzare una mostra di proprie opere inedite in Piazza della Signoria a Firenze, utilizzando dei visori come gli Oculus (ancora un pò ingombranti, ma per poco) che si attivano solo se ci troviamo all’interno del perimetro della piazza e solo se dal nostro wallet sono usciti 50 $MORK (il token della community degli Hackatao, solo per fare un esempio) come prezzo del biglietto.

Immaginate di poter vedere le vostre opere e come sfondo Palazzo Vecchio… tanta roba 🙂

Oltretutto sarà possibile acquistare delle opere mai viste fino ad allora, e probabilmente il contesto potrebbe favorire la predisposizione all’acquisto, non trovate?

Questi pensieri mi hanno accompagnato per il resto della giornata, poi verso sera in un canale Discord mi sono imbattuto in questo post di Hackatao:

Ho cliccato e sono stato teletrasportato in AriumSpace, la versione virtuale della mostra dove è esposta Promised Land una delle ultime opere del duo Hackatao, ma oltre a questo avevi la possibilità di interagire con gli altri visitatori e direttamente con gli artisti.

Certamente un esperimento, da migliorare come tutte le cose nuove, ma vi garantisco che l’esperienza è interessante.

Al mattino se ne parla in una chat Telegram e alla sera qualcuno ti mostra che si può fare. Non male direi, proprio non male.

Alcune immagini ed un breve video.

The Sandbox: è l’ora di sperimentare

Sandbox sta realizzando un mondo virtuale unico all’interno del quale i giocatori possono costruire, possedere e monetizzare le loro esperienze di gioco utilizzando NFT (token non fungibili) e $SAND, l’utility token che è alla base della piattaforma Sandbox necessario per effettuare le transazioni ed ogni tipo di interazione, che permette ai giocatori di giocare, possedere, governare, scambiare e guadagnare all’interno di questo nuovo metaverso.

Ieri si è conclusa la Wave 1 della vendita pubblica di LAND che ha visto raggiungere un risultato di tutto rispetto con 7,45 milioni di $SAND incassati, corrispondenti a circa un milione e mezzo di dollari.

Le LAND sono letteralmente volate via nell’arco di pochi minuti a testimoniare l’interesse nei confronti di questo progetto.

Ho acquistato una Land con il preciso scopo di effettuare dei test in azienda (dove stiamo formando un team dedicato a The Sandbox) sull’utilizzo dei due strumenti principali quello per creare asset – VoxEdit – e per costruire giochi – Game Maker – all’interno del metaverso The Sandbox, e che nel contempo ci permetta di comprendere bene le dinamiche e le economie che potenzialmente si andranno a strutturare nel tempo.

Ritengo, e lo riteniamo anche in Vivido che questo genere di metaversi basati su NFT e blockchain – fino ad un paio di anni fa ritenuti dalle più importanti società operanti in questo settore come non sufficientemente maturi per realizzare giochi e quindi investirci adeguatamente – in breve tempo riusciranno a dimostrare le loro forti potenzialità, perchè porteranno il giocatore ad un altro livello da mero consumatore della risorsa “tempo” a soggetto attivo con la possibilità anche di avere un ritorno economico.

Meural: vedere gli #NFT come un quadro (digitale)

Da circa due anni in ambito lavorativo ci interessiamo di NFT, ma solo da un paio di mesi ho iniziato ad acquistare le prime opere.

Da subito non mi ha dato soddisfazione il solo fatto di possederle, ma probabilmente è scattata la sindrome del collezionista e quindi anche il desiderio di mostrarle.

E’ stata sufficiente una breve ricerca è sono approdato a questo quadro digitale.

Non ho nessuna intenzione di fare recensioni o unboxing, ne trovate a tonnellate, voglio solo mostrare poche immagini del contesto dove per il momento ho piazzato questa cornice digitale.

Si tratta di una parete della sala riunioni nella sede fiorentina della nostra società.

C’è voluto poco tempo per capire che ho acquistato la versione più piccola (21.5″) di Meural e che sicuramente quella da 27″ era più adatta per quel tipo di superficie.

Le gesture per navigare fra le opere a mio parere è pressochè inutile visto che con l’app è possibile fare tutto quello che serve con meno goffaggine.

Il cavo andrebbe nascosto passandolo all’interno della parete, ma nel mio caso si sarebbe trattato di un lavoro troppo invasivo, quindi ho optato per una copertura mediante oggetti di vario tipo. Ancora non ho trovato la soluzione ideale.

L’effetto invece è piacevole e molto soddisfacente, presumo grazie al brevetto che permette una visualizzazione ottimale e che rende indistinguibile, ad esempio, una pennellata su una tela tradizionale.

Si può fare (crypto) arte in qualsiasi luogo e con successo

Agli inizi del primo decennio del 2000 Giancarlo Politi, fondatore e direttore della rivista e casa editrice di arte contemporanea Flash Art, alla quale sono stato abbonato per anni, nella rubrica delle risposte ai lettori, a chi gli chiedeva dove esporre la propria arte, come fare networking, non perdeva occasione di ribadire, sicuramente a ragion veduta, che era necessario “scappare” dall’Italia, consigliando quelle che ancora oggi sono le mete di incontro e diffusione dell’arte contemporanea come New York, Londra, Berlino e cosi via.

Poi nasce l’arte digitale, arriva la blockchain e con essa anche la possibilità mediante la tecnologia NFT (Non Fungible Token) di determinare in maniera inconfutabile la provenienza e di conseguenza la proprietà di un’opera d’arte.

Ed ecco che il paradigma si stravolge e con essa la possibilità di produrre arte, ma di anche costruire un tessuto di relazione da qualsiasi parte del globo si viva, ottenendo e mantenendo una perfetta visibilità e raggiungendo anche dei livelli di quotazioni importanti.

E’ quello che sta succedendo a molti artisti fra i quali anche italiani, come ad esempio gli Hackatao, che hanno fatto proprio il percorso inverso da quello consigliato poco più di un decennio fa, spostandosi dalla metropoli milanese da qualche parte sulle montagne Carniche/alto Friuli.

Tanto da essere inseriti in questo articolo fra i nove crypto artisti più innovativi del 2020.

Complimenti a loro e a tutti il settore della crypto arte il cui futuro è tutto da scrivere.