L’importanza delle memorie traduttive nel processo di internazionalizzazione

Capita spesso che le aziende che vorrebbero internazionalizzarsi ed espandere le proprie attività “oltre confine”, tendano a vedere nella localizzazione del proprio sito Web – e delle attività ad esso collegate – un ostacolo pressoché insormontabile. E questo non tanto per le difficoltà insite nella gestione della traduzione dei contenuti e nell’investimento netto che questa richiede. Ciò che pare spaventare le aziende è, piuttosto, il costante lavoro di “manutenzione” che i contenuti localizzati richiedono nel tempo.

L’attività aziendale, per sua natura, è dinamica e soggetta a continui cambiamenti, che si riflettono inevitabilmente sugli strumenti con i quali l’imprenditore comunica e si interfaccia con la propria clientela. Tanto per esemplificare, il catalogo prodotti di un sito di e-commerce è destinato a cambiare nel tempo, man mano che nuovi prodotti entreranno a farne parte ed altri ne usciranno. Taluni articoli vedranno invece mutare le proprie caratteristiche, e, con esse, le proprie descrizioni.

 

Man mano che i contenuti originali variano, debbono essere ri-localizzati, dando così vita ad un processo manutentivo con il quale si mira garantire la completezza, la coerenza e l’uniformità dell’intero sito nel tempo. Non desta dunque particolare meraviglia che, di primo acchito, il compito possa apparire improbo e particolarmente costoso agli occhi delle aziende che stanno pensando ad un debutto internazionale sul web.

In realtà, esistono degli strumenti che, nelle mani di chi li sa usare, possono semplificare enormemente questo processo. Tra questi spiccano le cosiddette “memorie di traduzione” (o memorie traduttive), uno strumento alquanto caro ai traduttori professionisti, che lo utilizzano da tempo all’interno dei software di traduzione CAT (Computer Assisted Translation).

 

La memoria di traduzione è, di fatto, una raccolta dinamica di espressioni (come frasi e collocazioni) che si ripetono, identiche, più volte all’interno di un documento. Man mano che il traduttore localizza le diverse espressioni incontrate all’interno del testo, la memoria di traduzione le archivia in tempo reale, pronta a riutilizzarle automaticamente laddove esse riapparissero altrove all’interno del medesimo testo. In questo modo, il traduttore non solo può velocizzare il proprio lavoro, ma ha la sicurezza che ogni espressione risulterà tradotta in modo univoco e omogeneo, conferendo ai contenuti un tenore lessicale coerente e, di conseguenza, un registro professionale.

Una volta creata, la memoria di traduzione diventa parte del patrimonio aziendale: potrà infatti essere riutilizzata ogni qual volta si renda necessario procedere ad un aggiornamento della localizzazione, in conseguenza, magari, dell’introduzione di nuovi prodotti in catalogo.

È abbastanza evidente che le memorie di traduzione si prestano soprattutto alla localizzazione di contenuti standardizzati, tecnici e modulari, ovvero di quei contenuti particolarmente proni alla ripetizione di questa o quella espressione, privi di picchi creativi o “letterari”. È dunque quanto di meglio si possa chiedere per la traduzioni di manuali tecnici, contenuti descrittivi, schede prodotto di un e-commerce, siti istituzionali, siti vetrina, ovvero, per… “tutto quanto fa azienda”. Proprio questo approccio adottano grandi e-commerce internazionali come Zalando, MyTheresa e Yoox.

Ma la parte migliore deve ancora venire. Rivolgendosi ad un’agenzia specializzata di traduzione online che lavori professionalmente con le memorie di traduzione – come per esempio TextMaster, che è in grado di gestirle pressoché in ogni formato esistente – è possibile riuscire a spuntare tariffe delle traduzioni davvero interessanti.

 

Le agenzie, infatti, molto spesso trasferiscono al cliente i vantaggi economici derivanti dall’adozione delle memorie traduttive. Le ripetizioni delle espressioni che entrano a far parte della memoria di traduzione vengono sottratte dal conteggio totale delle parole per la cui localizzazione il cliente paga. Non si tratta di un dettaglio da poco: nel caso di traduzioni tecniche, descrittive o, più genericamente, modulari, l’effetto sul budget richiesto per il lavoro può essere drastico, al punto da rendere il servizio davvero alla portata di chiunque.

Peraltro, non bisogna dimenticare che, a lavoro ultimato, la memoria di traduzione resta comunque al cliente, che può continuare a disporne in proprio, anche ove volesse occuparsi autonomamente della localizzazione del proprio sito aziendale o intendesse affidarla ad un nuovo fornitore di servizi di traduzione.

Gioe e dolori di un early adopter: Kindle Fire rotto

L’ho acquistato su Amazon.com circa un paio di mesi fa e non essendo ancora disponibile in Italia me lo sono fatto spedire dal servizio www.consegnato.com .

Stamani la brutta sorpresa lo trovo letteralmente aperto , un componente, una sorta di busta – quella riga gialla che si vede in foto – che si trova dietro lo schermo si è gonfiata facendolo diventare quello che si vede.

Funziona!

Adesso sperimenterò se e come funziona la garanzia nella modalità  con la quale l’ho acquistato.

Sto al gioco, in fondo anche questo vuol dire essere un early adopter.

 

Navigare con una connessione satellitare

Da alcuni giorni ho installato presso la mia abitazione una connessione ad Internet di tipo satellitare utilizzando il servizio Tooway offerto da Open-Sky (l’ho conosciuto ascoltando un podcast della trasmissione 2024 a Radio24 condotta da Enrico Pagliarini).

Ho già una connessione ADSL di Telecom Italia ma purtroppo per la distanza di oltre 12 km dalla centralina Telecom il segnale arriva estremamente degradato e con il passare del tempo sta peggiorando, quindi qualche anno fa abbiamo (io e mio fratello) fatto installare una connessione Hiperlan che al contrario di quella col filo è migliorata molto dagli esordi ed oggi è assolutamente soddisfacente.

La decisione di inserire questo nuovo tipo di connessione non è propriamente legato ad una necessità reale, anche se per chi lavora professionalmente nell’informatica e dintorni avere a disposizione più risorse non guasta mai, ma piuttosto a valutarne le performance perchè se queste dovessero risultare soddisfacenti è chiaro che il digital divide – quello vero – verrebbe archiviato.

Per chi è abituato come me a navigare molte ore al giorno con connessioni importanti è naturale che percepisca una certa differenza in termini di performance, ma per profili diversi od in condizioni di scarsa o totale assenza di connettività questa soluzione si fa senz’altro apprezzare e le latenze si dimenticano presto.

Nei miei primi test mi sono voluto spingere oltre alla normale navigazione, connettendomi via protocollo ICA di Citrix al mio ambiente di lavoro che utilizzo quotidianamente, un desktop Windows 7 fruibile mediante infrastruttura VDI (tante parole difficili per dire semplicemente che da qualsiasi luogo avendo a disposizione il solo browser posso accedere al mio ambiente di lavoro che invece risiede in cloud utilizzando le mie applicazioni esattamente come se fossi in ufficio).

Per aiutare a capire meglio l’esperienza ho montato questo video.