Una via italiana nel fare impresa

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Un bell’articolo di Federico Butera nell’allegato dell’ultimo numero della versione italiana dell’Harvard Business Review dedicato all’Agilità nel fare impresa, offre alcuni spunti ed indicazioni interessanti sull’argomento, anche in relazione alla necessità di fare Rete delle imprese italiane.

Necessità reale, non adeguatamente supportata da un opportuno strumento legislativo, l’assenza del quale non può deprimere l’esigenza delle imprese di creare delle comunità per obbiettivi essendo questa esigenza seria che sta comunque generando una pressione che le porterà, norma o non norma, a trovare delle soluzioni – anche in autonomia – che permettano a loro di acquisire nuovi mercati ed uscire con successo dalla crisi.

Tornando al nostro articolo mi piace evidenziare alcuni passaggi che mi sembrano perfettamente in linea con quello che sta accadendo probabilmente in modo non visibile e forse incosapevole, ma che in qualche modo sta delineando un Italian Way of Doing Industry

Prima di tutto viene definito il concetto di impresa Agile:

“Agile è un’organizzazione capace di velocità, semplicità, adattamento a cambiamenti interni ed esterni, efficacia, efficienza. Essa implica la capacità di anticipare, sentire, rispondere, adattarsi.”

a volte però le aziende, grandi o piccole che siano, reagiscono solo nel momento in cui un evento si presenta, in tal caso si prendono provvedimenti di emergenza che spesso sono di scarsa efficacia, quindi :

…la reattività senza cambiamento strutturale è solo agitazione.

Una volta le imprese o comunque le organizzazioni si costruivano partendo per l’appunto dalla definizione della struttura organizzativa infatti si diceva, e forse ancora da qualche parte si continua a dire :

“prima si costruiscono le organizzazioni, poi si vincono le battaglie”. Non è più così…

Quindi per contrastare un mercato sempre più competitivo vengono forniti alcuni consigli sui quali basare un’ impresa italiana moderna e competitiva: 

  1. dare strategia e organizzazione di piattaforma piuttosto che di singoli prodotti
  2. rafforzare l’offerta di servizi innovativi, per contrastare la commoditizzazione sia dei prodotti che dei servizi standardizzati
  3. la creazione di capability all’interno dell’organizzazione
  4. pull: partire dal mercato, dai bisogni del cliente e procedere a ritroso su tutte le fasi di produzione del prodotto o servizio
  5. from scale to scope

Il modo italiano di fare impresa che si sta delineando non ha, e non dovrebbe copiare le caratteristiche di casi che hanno avuto successo in altre parti del mondo, proprio per le particolarità legate al tessuto e alla storia produttiva italiana.

Questo tipo di aziende:

Non sono in attesa di diventare la General Electric, non nascono nei garage, non aspettano che i distretti diventino la Silicon Valley o Boston Route 114, non aspettano il trionfo del capitalismo molecolare.

Invece hanno o devono svilupparsi tenendo conto di queste peculiarità:

  1. fanno parte di insiemi come piattaforme, cluster, macro-imprese che danno un senso unitario all’individualismo e all’apparente casualità delo sviluppo delle imprese

  2. sviluppano prodotti e servizi di qualità e ad alto livello di design con una componente artigianale in qualche punto del ciclo

  3. si internazionalizzano e cercano mercati non coperti

  4. crescono in base al continuo ascolto della clientela

  5. hanno forti relazioni con il territorio

  6. hanno organizzazioni costituite da strutture organiche, agili e flessibili disposte su reti id grandi, medie e piccole imprese, con funzionamenti basati su cooperazione, conoscenza, comunicazione e comunità.

  7. hanno un “anima” , un’energia e un’identità fondata sulla valorizzazione del proprio scrigno delle competenze, delle eredità dinamiche, dei valori

  8.  hanno una imprenditoria taking care prevalentemente industriale e con una buona qualità di relazioni industriali a livello aziendale

Le imprese italiane hanno posizioni di rilievo nelle 4A (Abbigliamento, Alimentazione, Arredamento, Automazione) e in una quinta A come Accoglienza-Turismo. Ma si stanno affacciando altre aree che possono preludere a ulteriori interessanti sviluppi; ex:
aerospazio,biotecnologie, nanotecnologie, chimico-farmaceutica, ICT, energie rinnovabili e altro.

Trovo che la seguente riflessione racchiuda una raccomandazione, ma con connotati estremamente pratici sulla quale e necessario concentrare tutta l’attenzione di vuol fare impresa in un modo nuovo e di chi – la politica e le istituzioni – dovrebbe aiutare a fare impresa.

Le imprese italiane piccole e medie che hanno tentato di entrare nei mercati di massa sono state o saranno spazzate via.

Ma in una economia delle nicchie globali che si stanno sviluppando, l’impresa italiana invece può competere, sia individualmente che come rete che come piattaforma.

Reti di Impresa: Stato dell'arte, potenzialità e problemi

Lunedì 22 ottobre si è tenuta una sessione congiunta fra Milano e Firenze del Convegno dal titolo “Insieme per vincere. La sfida della crescita. Una nuova Italia è possibile. Imprese più forti in Rete” organizzato dalle Camere di Commercio delle due città con lo scopo di fare il punto sullo stato dell’arte delle Rete di Imprese in Italia.

Su questo argomento avevo già scritto in passato qui

Ad oggi sono stati stipulati poco più di 450 contratti che coinvolgono oltre 2.500 aziende di queste circa 500 sono in Lombardia ed al secondo posto c’è la Toscana con 400, segue l’Emilia Romagna con 250.

La nota ricorrente da più parti è stata che il Contratto di Rete è ancora oggi un ibrido e necessita di essere ulteriormente perfezionato dal punto di vista normativo, come è necessario maggiore coraggio da parte dello Stato, delle banche ma anche da parte delle imprese, le aziende in Rete sono ancora troppo poche.

A tal proposito è stato fatto un appello (da Sangalli presidente della Camera di Milano) alle associazioni di categoria a diffondere la cultura della Rete di Imprese e che anche le stesse Camere di Commercio dovrebbero mettersi in Rete (ingenuamente pensavo che almeno loro, anche se in modo meno istituzionale, già lo fossero).

Quindi per tornare alle Reti ancora sono troppo poche, in parte la colpa è la paura degli imprenditori che questo strumento limiti i propri spazi di intervento, in ogni caso la cultura di Rete è ancora poco diffusa in Italia più per mancanza di conoscenza che per ostilità.

Interessante alcuni stralci di una ricerca presentata da Roberto Mannheimer dove se si chiede al singolo imprenditore come percepisce la situazione dell’Italia, la risposta è “male”, se gli si chiede quella del proprio settore  è “malino” ed invece come va la propria azienda “me la cavo”. Cioè più ci si avvicina a se stessi e più al percezione migliora. Buffo.

Sempre dalla ricerca di Mannheimer alla domanda come vedete la situazione generale in Italia fra un anno, il 57% ha dichiarato “peggioramento”, il 36% “in ripresa” e poi vorrei conoscere quel 6% che ha dichiarato che continuerà “ad andar bene come adesso”

L’intervento di Novari, l’AD di H3G Italia, è stato improntato sul suo percorso personale che lo ha portato dalla sua città natale Genova a Milano e da lì a diventare il responsabile, ormai da anni, di una grande multinazionale in Italia.
Novari ha sottolineato la necessità ed anche la responsabilità di fare impresa in Italia, per contribuire al cambiamento – in meglio del nostro paese – che all’estero è percepito come un Luna Park dove la fanno da padrone i soliti luoghi comuni e fra questi non c’è la serietà.
Novari ha concluso con una frase che non lascia adito ad interpretazioni “oggi in Italia fare Rete non é un’alternativa ma é un obbligo”.

Molto interessante l’intervento di Gian Luca Brambilla di eAgisco che non le ha mandate a dire lamentando le solite difficoltà burocratiche italiane che rallentano il processo di vita delle Reti di Imprese e che continuando così “non si va da nessuna parte”.
Le parole chiave sulle quali il legislatore deve ancora lavorare sono Fiscalità, Lavoro e Giustizia e soprattutto le Reti “devono costare poco”.

La natura della Rete di Imprese, proprio per evitare che sia assimilata ad un Consorzio o ad una Società, deve essere quella di sperimentare (su un prodotto, un mercato, ricerca e sviluppo, etc), se poi va bene può costituirsi in società altrimenti in modo semplice e rapido si scioglie.

A questo deve mirare lo strumento dei contratti di Rete di Imprese e per farlo va tolto dall’ambiguità dove ancora si sta trovando per fornirgli quelli elementi di flessibilità e basso costo che gli permetteranno di decollare in un futuro prossimo.

Personalmente sono comunque interessato all’argomento e su vari fronti stiamo prendendo in considerazione la creazione di Reti di Imprese, quindi restate sintonizzate perchè è probabile che in questo blog pieno di tweet nasca un diario di bordo su questo argomento.

PS: piccola nota negativa la non possibilità di connettersi al wifi del Centro Convegni ,  ma probabilmente ha un senso anche perchè credo di essere stato l’unico che ha tweettato durante l’evento  #impreseinrete e questo non è buona cosa ;-)